
La scuola, che si limita a “istruire” perché, per ragioni oggettive e per ragioni soggettive, non è in grado di “educare”, non tiene conto di questa trasformazione e, oltre a essere incapace di discernere la diversità e la specificità dell’intelligenza propria di ogni singolo studente, ancora non ha capito che, senza un’adeguata educazione delle emozioni e dei sentimenti, anche l’intelligenza non si apre.
Parlo di quell’educazione capace di percorrere il tragitto che, dalle “pulsioni” che tutti noi abbiamo per natura, conduce alle “emozioni”, che consentono ai nostri ragazzi di acquisire quella “risonanza emotiva” che permette loro di “sentire” immediatamente, prima ancora di riflettere, la differenza tra il bene e il male, tra ciò che è grave e ciò che grave non è. Questo tragitto educativo si conclude con il passaggio dalle emozioni ai “sentimenti”, che non sono un fatto naturale, ma culturale. I sentimenti si imparano.
E quale miglior repertorio di sentimenti esiste se non la letteratura, dove si apprende cosa sono la gioia, la tristezza, l’entusiasmo, la noia, la tragedia, la speranza, l’illusione, la malinconia, l’esaltazione? Educati dalle pagine letterarie, i nostri ragazzi possono disporre di mappe mentali che, in presenza del dolore, ad esempio, sono in grado di indicare, se non le vie d’uscita, almeno le modalità per reggerlo. E questo perché, fino ai diciotto anni, tutte le scuole – dagli istituti tecnici ai licei classici e scientifici – sono scuole di formazione. Si tratta di formare l’uomo. Le competenze si acquisiscono dopo. Perché non è un uomo colui che è competente senza avere alle spalle una formazione che gli consenta di svolgere con retto giudizio e adeguata comprensione la professione che in seguito sceglierà.
Perché questo tragitto educativo possa compiersi sono necessarie due condizioni:
1) una oggettiva, che prevede che le nostre scuole siano composte da classi con dodici o al massimo quindici studenti, altrimenti è impossibile individuare le differenti intelligenze che caratterizzano ciascuno studente e tanto meno i differenti percorsi emotivi che le condizionano;
2) una soggettiva, che prevede insegnanti che, oltre a un’adeguata preparazione di psicologia dell’età evolutiva, visto che hanno a che fare con ragazzi in quell’età incerta che si chiama adolescenza, dispongano anche di quella virtù che si chiama “empatia”, che non si impara, perché la si possiede per natura. E chi non la possiede, per il suo bene e per quello degli alunni, non deve insegnare, onde evitare quella distanza, che spesso si riscontra, fra le domande segrete che gli studenti comprimono nel loro cuore e la risposta che la scuola dà ai percorsi a rischio di troppi ragazzi.
Prof. Umberto Galimberti
